Intervista “The Fear Society” 53 Biennale di Venezia, Padiglione dell’Urgenza, Murcia, Spagna.

goldiechiari esplorano i confini dei nostri preconcetti, individuali e sociali, con un approccio provocatorio sempre giocato sul sottile confine tra ironia e parodia, spiazzamento e ‘détournement’ visivo e semantico. Attraverso un processo di sublimazione, l’opera trasforma l’assunto di partenza facendoci riflettere sulle ipocrisie che i valori condivisi e accettati socialmente spesso nascondono. Che siano i giocattoli sessuali in Cosmic Love (2008) dove gli utensili del piacere sono astratti a tal punto da divenire strane forme organiche che galleggiano nello spazio cosmico, in una visione idilliaca in cui gli oggetti, normalmente celati dal pudore pubblico, si liberano dal significato di ciò che rappresentano socialmente in una sublimazione estetica senza tempo e senza spazio; o la serie di Ninfee (2003) che richiamano i famosi quadri di Monet ma dove i fiori sono realizzati con sacchetti di plastica colorati che galleggiano in una putrida riva di un fiume inquinato, o ancora una performer (Dump Queen, 2008) che canta una canzone degli anni quaranta nella cornice di una immensa discarica di rifiuti urbani.
Ma è con Confine immaginato (2006) , un’ audio installazione che si attivava con l’ingresso del visitatore  nel museo e riproduceva con campionamenti di scrosci d’acqua e sciacquoni l’inno italiano: Fratelli d’Italia, che il duo artistico inizia ad esplorare quei simboli dell’identità collettiva che determinano l’appartenenza ad una nazione e che sono generalmente considerati assoluti e intoccabili: la bandiera, l’inno nazionale, i padri della patria, ecc…

BP: Mettere in questione valori acquisiti che abbiamo accettato acriticamente perché parte della storia di una nazione. Come è nato Confine immaginato?

GC: Il testo che ci ha dato parecchi spunti per l’audio installazione esposta a Group Therapy a Bolzano é Comunitá immaginate di Benedict Anderson, del 1983. L’autore sostiene “con lo spirito di un antropologo, propongo quindi la seguente definizione di una nazione: si tratta di una comunitá politica immaginata, e immaginata come intrinsecamente insieme limitata e sovrana. É immaginata in quanto gli abitanti della piú piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno vive l’immagine del loro essere comunitá ”. Quello che ci interessa della tesi di Anderson e della scuola che si occupa del nazionalismo e del concetto di nazione in questa prospettiva é la storicitá, la caducitá, e l’assenza di naturalitá degli stessi concetti. Ernest Renan in Qu’est-ce qu’une nation? del 1882 si riferisce a questo <immaginarsi> cosí “ Or l’essence d’une nation est que tous les individus aient beaucoup de choses en commun, et aussi que tous aient oublié bien des choses”.
“Confine immaginato “ costituisce una metafora sgangherata della frontiera nazionale. La porta del Museion viene trasformata in una soglia immaginaria nella quale si innesca un dispositivo di nazionalita’. Abbiamo pensato allo scarico del bagno, e allo scroscio dell’acqua perché si tratta di un elemento casalingo che ognuno di noi possiede e che sente costantemente piú volte al giorno. L’aspetto giocoso ed ironico dell’opera evidenzia l’aspetto costruito e burocratico della nazionalita’.
Il lavoro e’ stato immaginato per Bolzano perchè zona di confine dove l’identita’ nazionale é sempre stata motivo di conflitto. Le stesse motivazioni che ci hanno convinto ad esporre il lavoro a Bolzano, hanno motivato il sequestro del lavoro da parte della Procura della Repubblica. Confine immaginato ha provocato un’alzata di scudi e una rivendicazione di difesa dei simboli della nazionalitá. Sembra che tale questione non possa essere messa in discussione e debba rimanere immobile nella sua apparente astoricitá e intoccabile nella sua sacralitá.

BP: Avete giustamente citato Ernest Renan e il suo concetto che i simboli di una nazione si determinano sulla memoria collettiva ma anche sulle rimozioni che il corpo sociale opera su di essa, su ciò che una comunità preferisce dimenticare ma che agisce come trauma collettivo che riaffiora in determinati momenti come una ferita non rimarginata. È ciò che, con un processo inverso alla comunità immaginata, è stata definita la ‘comunità in negativo’ che opera per sottrazione (Esposito, 2002). Che cosa state preparando per questa mostra a Venezia?

L’installazione per il Padiglione dell’urgenza a Venezia riflette quest’aspetto di rimosso collettivo. Per il lavoro abbiamo creato una genealogia parziale di eventi  storici violenti dal 1969 al 1980 assimilabili alla strategia della tensione in Italia da intagliare nella corteccia di un albero. I principi che hanno guidato la nostra selezione sono essenzialmente due: il lasso di tempo che intercorre tra la strage di piazza Fontana e la strage della Stazione di Bologna del 1980 e la violenza dello Stato e dei servizi deviati nell’autoconservazione dello status quo e del potere attraverso il terrore. Le date e i luoghi degli accadimenti sono intagliati sul tronco e sui rami, utilizzando i caratteri delle genealogie dinastiche . Queste incisioni sono delle ferite che potrebbero influenzare la stessa sopravvivenza dell’albero.
Il nome del lavoro è “Genealogia di damnatio memoriae”, che  in lingua latina indica un tipo di condanna, in uso nell’antica Roma nella quale il condannato era punito con l’eliminazione di tutte le memorie ed i ricordi che lo riguardavano. Questa genealogia parziale non vuole essere una ricostruzione storica. Utilizzare uno strumento familiare come l’albero genealogico ci permette di rappresentare le stragi e gli omicidi come una linea di sangue comune, nel senso che ci accomuna nella memoria e nell’oblio degli stessi .

BP: L’idea della mostra ruota attorno al concetto della ‘Società della paura’ ovvero quella strategia per cui attraverso l’innalzamento del grado di percezione del pericolo in una società operato dal potere e dai media si giustificano atti, anche legislativi, di restrizione delle libertà personali con strumenti quali il controllo o lo sconfinamento nella sfera privata. È un fenomeno globale delle società avanzate contemporanee e qui in Italia, come ci dice il vostro lavoro, è una cosa che coltiviamo da anni, che ha messo radici e che ormai può vantare addirittura una genealogia…

Il lavoro che presentiamo si concentra sulla paura del cambiamento e della trasformazione sociale come  risultato del  dispositivo di produzione di terrore e violenza. Quello che ci sembra interessante e’ la ripetitivita’ di questa pratica politica nella storia. Concentrarsi sul passato dell’Italia, che dagli anni 50 all’89 fu un luogo strategico importante e  costituí un laboratorio politico di manovre nazionali e sovranazionali  dei servizi americani e dell’area mediterranea, ci offre un’ottica privelegiata di osservazione del presente.
La proliferazione  dello stato di emergenza, e della paura diffusa nelle società occidentali permette la restrizione delle liberta’ personali e la giustificazione di atti legislativi repressivi come le leggi speciali nel 1978 e 79  in Italia o il Patriot Act del  2001 negli Stati Uniti. Slavoy Zizek descrive la societa attuale come dominata da una paura paranoide  “stiamo parlando di una politica che rinuncia alla dimensione costitutiva stessa di cio’ che e’ politico, affidandosi alla paura come ultima risorsa di mobilitazione: paura degli immigrati, del crimine, dell’empia depravazione sessuale, di un eccesso di Stato, con il suo fardello di tasse pesanti, delle catastrofi ecologiche, paura delle molestie. Il politicamente corretto e’ la forma progressista esemplare della politica della paura. Una siffatta (post)politica si basa sempre sulla manipolazione di un ochlos, o moltitudine, paranoide: e’ la terrorizzante mobilitazione di un popolo terrorizzato.”

intervista di Bartolomeo Pietromarchi

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